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Come evitare l’accumulo di plastica nelle coltivazioni? Due alternative biodegradabili da provare subito

📅 25 Agosto 2026✍️ di Martino Castellari⏱️ 7 min di lettura

Ridurre l’uso di plastica in campo non è solo una scelta ambientale: è una strategia agronomica per diminuire costi di gestione, rischi di contaminazione da residui e lavoro stagionale di fine ciclo. Nelle aziende orticole e frutticole europee, il contributo principale proviene da teli di pacciamatura, legacci e reti. Quando non raccolti integralmente, questi materiali frammentano nel suolo, alimentando il problema delle Microplastiche. Due soluzioni biodegradabili – tecnicamente mature e già adottabili – permettono di limitare l’accumulo: teli pacciamanti biodegradabili certificati e pacciamature cellulosiche o in fibre naturali.

Perché la plastica si accumula in campo e con quali impatti

I teli tradizionali in polietilene a bassa densità (LDPE) offrono controllo delle infestanti e risparmio idrico, ma la rimozione a fine stagione è onerosa e spesso incompleta. La combinazione di raggi UV, lavorazioni e stress meccanici genera frammenti che sfuggono alla raccolta. In suoli argillosi e umidi la decomposizione fisica accelera la frammentazione, aumentando il rischio di dispersione. Oltre al tema ambientale, la contaminazione residua può interferire con lavorazioni successive e con sistemi di raccolta meccanizzata di colture sarchiate.

In parallelo, il quadro normativo europeo spinge verso riduzioni progressive dei manufatti plastici non essenziali e una più rigorosa tracciabilità dei rifiuti agricoli. Sebbene la pacciamatura agricola non rientri integralmente nelle restrizioni dei monouso, gli standard tecnici per i materiali biodegradabili si sono consolidati, offrendo criteri oggettivi per la scelta.

Alternativa 1: teli pacciamanti biodegradabili certificati

I teli biodegradabili specifici per uso agronomico sono formulati per degradare biologicamente nel suolo per azione microbica, senza richiedere raccolta a fine ciclo. Lo standard di riferimento è UNI EN 17033, che definisce requisiti di biodegradazione (≥ 90% della conversione del carbonio in CO₂ in condizioni di prova), eco-tossicità, contenuto di metalli pesanti e performance agronomica.

Materiali tipici: blend a base amido/biopolimeri (ad esempio PHA, PLA, PBAT) con spessori tra 12 e 25 μm per orticole a ciclo breve; fino a 40 μm in colture pluriennali o in zone ventose. La durata utile varia da 90 a 240 giorni in funzione di temperatura del suolo, umidità, esposizione UV e spessore. In climi temperati di pianura padana, su pomodoro da mensa e zucchino, si osservano finestre operative di 120–150 giorni con teli da 15–18 μm.

Vantaggi tecnici:

  • Controllo delle infestanti paragonabile ai LDPE scuri, con riduzioni di sarchiature meccaniche del 60–90% a seconda delle specie.
  • Miglioramento termico del letto di semina: +1,5/+3,0 °C nei primi 10 cm di suolo in primavera, con anticipo fiorale medio di 3–6 giorni su cucurbitacee precoci.
  • Fine ciclo semplificato: nessuna raccolta del telo; si procede direttamente con trinciatura dei residui colturali e successiva minima lavorazione.

Punti di attenzione:

  • Compatibilità con irrigazione a goccia: le manichette restano componenti plastici da gestire a parte; la sostituzione con soluzioni biodegradabili è ancora limitata e sperimentale.
  • Taratura della pacciamatrice: maggiore attenzione alla tensione del film per evitare microstrappi in posa, in particolare con vento superiore a 3–4 m/s.
  • Gestione suoli freddi: sotto 12 °C la biodegradazione rallenta, con residui visibili oltre i 200 giorni; non è un difetto funzionale ma va considerato nel calcolo del turno.

Alternativa 2: carta pacciamante e biotessili in fibre naturali

Le pacciamature cellulosiche (carta kraft trattata antiumido senza additivi plastificanti) e i biotessili naturali (juta, canapa, sisal) offrono un approccio diverso: massima traspirazione, zero residui polimerici, incorporazione organica diretta. Grammature tipiche: 70–120 g/m² per carta; 250–400 g/m² per juta. La durata varia da 60 a 180 giorni per la carta e oltre 12 mesi per juta/canapa, a seconda di piogge e contatto con il suolo.

Vantaggi tecnici:

  • Elevata permeabilità all’acqua e al vapore, utile in suoli tendenzialmente asfittici.
  • Apporto di sostanza organica facilmente decomponibile (cellulosa/emicellulosa), con incremento temporaneo dell’attività microbica superficiale.
  • Buona efficacia su infestanti a germinazione fine; la juta è più resistente contro perenni rizomatose lungo il filare in frutteto.

Punti di attenzione:

  • Posa: la carta richiede letti di trapianto ben livellati e clip/bavette biodegradabili; su microavvallamenti tende a imbibire e lacerarsi.
  • Persistenza: la grammatura va adeguata alla lunghezza del ciclo; su colture oltre 120 giorni, preferibili doppi strati o biotessili naturali.
  • Costo e logistica: i rotoli hanno peso/ingombro maggiori rispetto ai film; la posa meccanizzata è possibile ma richiede accessori dedicati.

Confronto tecnico: prestazioni, durata e costi

Parametro Telo biodegradabile (EN 17033) Carta/biotessili naturali
Spessore/grammatura 12–40 μm 70–120 g/m² (carta); 250–400 g/m² (juta)
Durata utile 90–240 giorni 60–180 giorni (carta); 6–18 mesi (juta)
Efficacia su infestanti Alta su annuali; media su perenni rizomatose Media-alta; juta migliore su perenni
Permeabilità acqua/vapore Moderata (microfori o traspirazione del materiale) Alta
Posa meccanica Ottima con pacciamatrice standard Buona, con accessori e tensione dedicati
Fine ciclo Interramento naturale; nessuna raccolta Interramento naturale; nessuna raccolta
Costo materiale (€/ha) 1.200–1.800 1.500–2.500
Fattori critici Vento, suoli freddi Piogge intense, superfici irregolari

Valori indicativi per 2025, Italia Centro-Nord, orticole su baulature 1,2–1,5 m. I costi reali dipendono da larghezza film/tessuto, forniture e volumi.

Implementazione in azienda: protocollo operativo

  • Mappatura superfici e plastica attuale: identificare colture con maggior costo di rimozione e residui frequenti.
  • Prova parcellare: almeno 0,1–0,2 ha per materiale, includendo parcelle su suoli con texture diverse.
  • Scelta spessore/grammatura: correlare durata del coperto con ciclo colturale e picco di pressione infestante (degree-days e piovosità attesa).
  • Taratura attrezzature: velocità 2,5–4,0 km/h in posa; profondità ancoraggio ali 5–8 cm; tensione film/tessuto senza grinze.
  • Irrigazione: goccia sotto telo con portata 1,0–1,6 l/h; verificare distribuzione e prevenire sfiati. Le manichette vanno recuperate e avviate a riciclo.
  • Concimazione: preferire frazionamenti; evitare eccessi di azoto prontamente disponibile che possono accelerare la perdita meccanica di integrità dei materiali cellulosici.
  • Fine ciclo: trinciare residui vegetali; minima lavorazione o erpicatura leggera per favorire la biodegradazione completa.
  • Monitoraggio: schede mensili su integrità, presenza di lacerazioni, infestanti breakthrough, umidità del suolo a 10 e 20 cm.

Caso di studio in frutteto agroforestale emiliano

Nell’azienda agroforestale condotta da Martino Castellari in Emilia, filari di melo e pero sono alternati a strisce fiorite e leguminose da sovescio. Nei filari giovani (impianti 4 × 1 m) è stata testata la pacciamatura con juta a 300 g/m² per contenere le graminacee perenni e mantenere l’umidità nel primo biennio. Risultati misurati su due stagioni:

  • Riduzione delle ore di controllo manuale infestanti: −35% rispetto a trinciatura ripetuta su inerbimento spontaneo.
  • Umidità volumetrica del suolo a 10 cm: +4–6 punti percentuali durante i picchi estivi, con irrigazioni di soccorso ridotte del 15%.
  • Ricrescita perenne ai colpi di zappa quasi azzerata lungo il colletto, grazie alla barriera meccanica della fibra.

Sulle orticole consociate alle file (lotti dimostrativi di zucchino e lattuga), i teli biodegradabili conformi a UNI EN 17033 hanno consentito di evitare la raccolta del film a fine ciclo, risparmiando 10–14 ore/ha di manodopera. Le rese commerciali sono risultate sovrapponibili ai controlli con LDPE, con anticipi medi alla prima raccolta di 3 giorni su zucchino primaverile.

Impatto ambientale e quadro normativo

Gli studi di Life Cycle Assessment indicano, a parità di servizio agronomico, un potenziale di riduzione delle emissioni climalteranti quando si eliminano le fasi di raccolta, lavaggio e trasporto a smaltimento del film tradizionale. Nel caso dei teli biodegradabili interrati, il bilancio dipende dalla composizione bio-based e dal tasso di mineralizzazione: la scelta di materiali con elevata quota rinnovabile e certificazioni di biodegradazione in suolo riduce il rischio di residui e l’apporto di carbonio fossile.

Per il biologico, la conformità varia: alcuni organismi ammettono solo pacciamature di origine naturale (carta, juta), mentre altri accettano teli biodegradabili certificati per uso in suolo. È necessario un confronto preventivo con l’ente di certificazione. Indipendentemente dal sistema, queste soluzioni contribuiscono a mitigare la formazione di Microplastiche in ambiente agricolo.

Limiti e punti di attenzione

  • Eventi estremi: piogge intense e ruscellamenti possono scoprire i lembi o imbibire la carta; sono utili ancoraggi più profondi e drenaggi di testata.
  • Colture a raccolta scalare lunga: valutare grammature/spessori maggiori o una strategia in due tempi (ripristino localizzato a metà ciclo).
  • Compatibilità meccanizzazione: in orticoltura su piccola scala, la posa manuale della carta può diventare colli di bottiglia; pianificare squadra e attrezzature dedicate.

Checklist operativa per la scelta

  • Definire il ciclo colturale (giorni raccolta) e la finestra di massima pressione infestante.
  • Se si prevedono cicli entro 120–150 giorni con posa meccanica standard, preferibile telo biodegradabile certificato.
  • Se la priorità è massimizzare traspirazione e apporto organico, o si opera in filari di frutteto, valutare carta o juta.
  • Verificare certificazioni di materiale e fornitori; richiedere dichiarazioni di conformità e schede tecniche.
  • Allineare con il disciplinare (integrato/biologico) e con il piano aziendale rifiuti.

La transizione lontano dalla plastica non è un gesto simbolico: è un’ottimizzazione tecnica dell’ordinario. Le due alternative descritte consentono di mantenere controllo delle infestanti, efficienza idrica e qualità del raccolto, riducendo passaggi in campo e rischio di residui. La scelta dipende dal ciclo, dal suolo e dalla logistica aziendale; un approccio per piccoli lotti, misurato con indicatori chiari, consente di scalare con affidabilità. È la lezione maturata in dieci anni di gestione integrata in agroforestazione: precisione nelle prove, documentazione costante, condivisione dei risultati con tecnici, famiglie e scuole del territorio.

Martino Castellari

Martino, originario dell'Emilia, ha convertito un frutteto convenzionale in azienda agroforestale. Negli ultimi dieci anni ha documentato ogni fase della transizione coinvolgendo famiglie e scuole locali. Racconta sul magazine le sue esperienze pratiche di gestione integrata e buone pratiche per il suolo.